martedì, 08 aprile 2008

Ho sempre avuto un rapporto di vorace affetto verso il cibo; il momento del pasto è un evento non di delicata degustazione, bensì di impetuosa elevazione spirituale attraverso l'orgasmo gustativo: superamento della fisicità attraverso ciò che di più materiale ci possa essere.
Per me è sempre stato un momento di allegria: creare un'atmosfera speciale trovando una scusa per stare intorno ad un tavolo, colorare una giornata con uno spuntino.
Come un'orda di vandali, sono affetto dalla sindrome della voracità: devo terminare quello che mi trovo davanti, che sia un piattone di pasta o un sacchetto da 200 grammi di patatine.
Fermarmi è difficile come interrompersi mentre si sta piacevolmente facendo pipì.
Sostengo che questo derivi dal fatto che durante la mia infanzia, i miei genitori mi nascondevano le leccornie negli angoli più impensati della casa: i pomeriggi quando rimanevo da solo, cominciavo una ricerca che mi portava nelle profondità di armadi e credenze, fino a scovare tesori quali barattoli di nutella o ambite gallette di riso ricoperte di cioccolato.
Ovviamente in seguito a tali missioni il bottino doveva essere consumato il più possibile sul posto, sia come ricompensa per il duro lavoro sia perché non c'era la sicurezza di poter ritrovare le cibare nello stesso posto dopo che fosse stato scoperto il saccheggio.
Mia mamma è contraria a questa teoria sull'origine della mia voracità, sminuisce la rilevanza di quelle misure precauzionali e anzi sostiene che fossero state adottate per arginare il mio edonismo alimentare manifestato sin dai primi giorni, quando scoppiavo in tragici pianti al termine del biberon e cercavo di approfittare di quello del mio cugino compagno di pasti.
Insomma è nato prima l'uovo o la gallina? Probabilmente la verità sull'origine di questo squisitissimo vizio che mi attanaglia non si saprà mai, ciò che è comprovato è che la mia prima parola è stata patata: quanto meno profetica!
La realtà è che l'uomo è un animale imperfetto, tutto ciò che più è gustoso lo danneggia ed è costretto a privarsi di ciò di cui vorrebbe saziarsi.
Si vedono allora persone avvolte in un alone di mestizia mentre mangiano delle tristi verdurine bollite e poco condite, mentendo a loro stesse e agli altri su quanto piace loro il cavolo e il broccolo.
Via! Non scherziamo!
Prendete quel crostino bollente e ricopritelo con una fetta di lardo...

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lunedì, 25 febbraio 2008

...un giorno, di ritorno a casa dopo una lunga giornata di lavoro, la trovai seduta sul divano con la schiena poggiata al bracciolo. Una gamba distesa sulla seduta spuntava nuda dalla coperta azzurra sotto la quale si nascondeva l'altra; quando aprii la porta, sollevò gli occhi dal grosso libro che stava studiando: indossava solo una maglietta, i capelli erano raccolti dietro la testa, faceva muovere su e giù una matita tra il pollice e l'indice. Aveva un paio di occhiali senza montatura e sorrideva.
Mi avvicinai a lei e la salutai, mi strinse le labbra con le sue e ne gustai la lingua morbida e invitante.
"Ti va un the?" le dissi.
"Si, grazie. Vuoi che lo faccia io?"
"No, non ti preoccupare."
In cucina misi l'acqua sul fuoco e preparai le due tazze, senza zucchero per lei, un cucchiaino per me; poi mi fermai a osservarla: leggeva e muoveva distrattamente le gambe, di tanto in tanto sollevava lo sguardo su di me e sorrideva.
Il the va infuso in acqua alla soglia del bollore, così quando cominciarono ad apparire le prime piccole bollicine, riempii le tazze e mi avviai verso il divano cercando di mantenere il liquido bollente all'interno degli argini.
Poggiai una tazza sul tavolino subito dietro la sua schiena e mi fermai di fianco a lei sorseggiando, mentre osservavo il quadro di Van Gogh sopra il divano.
Stavo proprio per dirle qualcosa a riguardo, quando poggiò il libro in grembo con la matita tra le pagine, Macchine a Fluido, G.Cornetti, con una mano mi prese per la cintura e mi attirò più vicino al divano.
Cercai di domare un'onda anomala di liquido scuro fumante.
Con notevole destrezza, malgrado la posizione, aprì la cintura e sbottonò il primo bottone dei pantaloni insinuandosi là dentro, accarezzò con decisione il mio pene che non fece attendere troppo la propria presenza.
Io la guardavo dall'alto, lei finì di aprire i pantaloni, presi un altro sorso, lo tirò fuori e mi guardò maliziosa tirando la pelle verso il basso e scoprendone la parte più sensibile.
Iniziò ad accarezzarlo con la lingua, poi a mordere l'asta. Lo mangiò e lo avvolse di saliva con la lingua. I denti di lei davano lampi di luce ai colori del campo di grano di Van Gogh, che mi si mischiavano nell'iride insieme a mille altri.
Quando infine la avvertii che stavo per venire, strinse più forte le labbra intorno alla mia durezza.
Il liquido bollente ruppe gli argini della tazza riversandosi sulla mia mano su due contrazioni vigorose.
Lei non si separò finché il mio respiro non si affievolì e le ultime gocce ticchettavano ormai rade sul pavimento.

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martedì, 19 febbraio 2008
Ho un collega di nome Roberto, un uomo sulla quarantina grigio e nero e piuttosto logorroico. Quando spiega le cose lui ripete spesso "sto dicendo" come per raccogliere le forze per la frase successiva. E' in grado di declinare il suo intercalare in "stavo dicendo", ma non l'ho mai sentito dire "starò dicendo".
Scrive pagine e pagine di appunti e trovo piuttosto irritante spiegargli le cose perché è troppo lento a capirle. Prende una decina di caffè al giorno perché lo offre sempre a tutti. Arriva in treno in orari da panettiere e nessuno è mai riuscito ad anticiparlo.
Una collega si chiama Mara: ha una figlia, i capelli biondi, la carnagione rosea e non si trucca mai seppure un aiuto sul viso non le farebbe male.
Ogni qual volta il cellulare di qualcuno che è uscito dall'ufficio inizia a suonare, lei lo afferra e con decisione corre per il corridoio alla ricerca del proprietario, dopodiché torna tutta soddisfatta della sua missione.
Sogno il giorno in cui accadrà a me: la vedrò arrivare insopportabile con il piccolo apparecchio squillante in mano, e "ti suona il cellulare" dirà e io risponderò: "Bene, ora lo riporti dove lo hai preso".
"Ma qualcuno ti sta chiamando..."
"Lo sento benissimo, ma voglio che tu riporti quel telefono laggiù, sul tavolo dove lo hai trovato, cosicché io non possa udirlo."
La guarderò tornare mesta sui suoi passi e gusterò tra i denti un ghigno di pura malvagità.
E' lei a dire per prima "salute" quando qualcuno starnutisce e mentre lavora ascolta sempre la radio a volume basso affinché possa essere la prima a comunicare una notizia di una seppur minima rilevanza. Le piace ostentare di essere sempre informata sugli affari degli altri, informare gli altri degli affari suoi e lasciarsi andare a studiate manifestazioni della propria stizza. Un giorno pianse perché, a causa di un disguido, nessuno era andato a prendere la figlia a scuola e non riusciva a contattare le orsoline affinchè non facessero uscire la bimba. Mentre la osservavo mi sono sentito sadico.
Carla è il nome di un'altra collega, le enormi tette sono l'unica cosa di lei che può suscitare qualche emozione positiva. E' bassa e bruttarella, cura poco i capelli e veste sempre con dei baby doll che indosso a qualcun’altra potrebbero anche apparire sexy.
Ha un carattere acido, raramente sorride: il suo viso arcigno certo non trasmette serenità e fratellanza. Ci sono stati dei giorni però in cui la si poteva sentire canticchiare allegramente e in modo notevolmente irritante.
Parimenti irritanti risultano le sue telefonate, durante le quali si lascia andare in acute risate che non avrei mai pensato di poter sentire fuori da un teatro.
Lei sente sempre freddo, anche mentre io boccheggio nell'ufficio sovraffollato e surriscaldato dal sole che batte sulle vetrate; questo però non le impedisce di uscire a fumare numerose sigarette dopo essersi arrotolata nel suo vistoso cappotto.
C’è infine Oleg un russo alto alto e con i capelli rossi, molto timido e nervoso; parla un italiano bizzarro condito da parolacce di cui non comprende bene il significato, così che lo si può sentire dire in modo serafico durante formalissime riunioni: "questa cosa è una merda" o "Cazzarola, anche questo lo devo fare io?".
Ha difficoltà a controllare le proprie reazioni e spesso urla esclamazioni in modo esagerato o sbatte inaspettatamente le mani sul tavolo con violenza.
Pronuncia le sigle in maniera gutturale come fossero parole arabe e contribuisce notevolmente ad aumentare il caos del mondo.
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martedì, 05 febbraio 2008

Mia signora delle ombre,
la mia carrozza corre ora lontana
dal nostro ultimo incontro:
sulla rupe sorrentina,
nella dimora che non appartiene che a noi due
e che in segreto abitiamo
giungendo lei dal tramonto e io
per le strade polverose che calano dai piani.
Il rombo di tuono che
al momento del nostro congedo
era solo una minaccia inascoltata,
si è concretizzato in tutta la sua forza.
Sento le grosse gocce d’acqua
picchiare sulla tela sopra di me,
correre sul vetro
che mostra campagne oscure di mistero,
come a voler lavar via prematuramente
il colore del nostro incontro, tutto intorno.
Pensandola in solitario viaggio
per aspre contrade,
liquide di fango e timore,
stento a trattenermi dall’invertire la marcia
in sua silenziosa scorta.
Potrei certo servirmi della Sfera che lei sa
e così proiettarmi dentro di lei:
mi sentirebbe come un bisbiglio,
potrebbe parlarmi senza l’uso delle labbra.
Ma non è questa la notte adatta
per certi trucchi, perché la pioggia
porta molte cose con se, lei sa...
quando il cielo pare scoppiare
in battaglie di altri mondi
che illuminano i dintorni con sguardi irreali,
non è sempre acqua quella che cade
tra un bagliore e l’altro.
Ho preferito allora vergare queste poche righe,
intingendo la penna direttamente nel mio cuore. 

Mia signora delle ombre,
da quando il fato ha incrociato
il dedalo dei nostri sentieri,
la mia vita si è riempita di sentimenti
fino ad allora sotterrati
da attività forse troppo disdicevoli,
lo ammetto
     (ma la nera sfera che porto appesa alla cintura
       non ne è forse già l’ammissione più lampante?).
Lei è stata l’ebbrezza
tanto forte
da contagiare ogni organo di questo mio corpo sopravvissuto. 

Mia signora delle ombre,
se solo fossi riuscito a immergermi
nel profumo del suo seno,
a depositare un alito di vita nelle sue profondità…
Ora con lei starei viaggiando,
e mi conserverebbe accanto
fino al nostro prossimo incontro
nello stesso luogo di mezza luce.
Io credo che presto verrà
il momento di abbandonare insieme quelle mura,
di avviarci senza bussola
sulla stessa cavalcatura,
sempre una sola strada per entrambi.
Fino ad allora
lascerò che le ombre la proteggano,
che il mio cuore batta nel suo petto
e crei quella musica meravigliosa
di cui il desiderio si nutre.

Forse non leggerà mai
queste parole che riempiono
la pergamena prima vergine, ma
forse un incantamento
percorrerà questa notte di tempesta
per consegnarle alle sue dolci orecchie.
Mio è stato il desiderio di starle
ancora accanto
questa notte
come fosse la prima. 

     Suo per sempre
S.

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mercoledì, 23 gennaio 2008

Mia madre mi ha fatto un regalo stasera: un piccolo vestitino rosa per una bimba di sei mesi.
"Prendi, che ti sia di buon auspicio!"
La mia espressione pendolava tra l'interdetto e il divertito: "Ma che cos'è?"
"E' carino. Un vestitino per una bambina. Appendilo da qualche parte."
"Vuole essere una specie di fattura?" dico sorridendo.
Papà, che maschera sempre la propria sorpresa: "Ovviamente dovrai chiamarla Francesca come lei..."
"E che mai ci sarebbe di male? E' un bel nome..." quasi risentita.
Assisto smarrito allo spettacolo che si svolge davanti ai fornelli indaffarati.
Un fratello di passaggio, "Cosa? Ti ha regalato questo?", se ne va scuotendo la testa.
"Vabbè, tanto sarà maschio, è di famiglia..." taglia corto il padre.
La madre chiude i discorsi poggiando il vestitino minuscolo sul mobile dell'ingresso: "Te lo lascio qui, ricorda di portarlo a casa."
"Ma devo metterlo da qualche parte in particolare? Tipo sotto il cuscino?"

I vicini con cui condivido la parete della camera da letto ieri sono tornati a fare l'amore… o
qualcosa del genere.
Il dubbio è se siano estremamente silenziosi o molto veloci poiché è pervenuto un grugnito di lui e un paio di vocalizzi di lei, dopodiché i soliti rumori di movimento verso il bagno.
Che fretta avranno?
La parete del salotto, invece, la condivido con una coppia che si caratterizza per i sonori rutti di lui, ammirabile tanto per tecnica quanto per senso del ritmo: scandisce i minuti, le ore e le mezz'ore con emissioni di intensità, durata e tonalità differente.

Sono stato a casa dell'amministratore Ecosìvia: le pareti sono di un verde "tavolo da biliardo" spatolate: assicura che occorre passare nove mani di vernice speciale per dare quell'effetto lucido come marmo. In cucina la sua macchinetta crea il caffè dai chicchi ancora integri; sotto una retina c'era il resto di una fetta di torta al cioccolato. Uscendo l'ho lasciato con addosso un golf giallo canarino e la solita sigaretta tra le labbra, credo che abbia continuato a ripetere "Seguimi...e così via..." anche una volta rimasto solo.
Sullo zerbino mi aspettavano i suoi zoccoli bianchi.

Passiamo ore ad osservarci e raccontarci le nostre fantasie e desideri, sembra inevitabile nell'attesa di assaggiarci di nuovo. Quelli di Linda sono fulgidamente eccitanti, quasi fossero proiezioni degli stessi miei. Invidio molto gli orgasmi "frastagliati" che le provoca la sua ipersensibilità e le ho detto che ho intenzione di studiarne approfonditamente il manifestarsi.
Fino a che punto può arrivare la capacità di plasmare i sensi di un'altra persona secondo la propria volontà?

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martedì, 15 gennaio 2008

Tanti anni fa la nonna Anna era una piccola vecchina assai grinzosa, il dorso delle spesse mani curve per il tanto lavoro era solcato da vene come colline, la schiena piegata la faceva apparire più bassa di quanto fosse stata tempo addietro e i vecchi occhiali che le sedevano sul naso indicavano, se più o meno scivolati, il livello dell'impegno richiesto dal lavoro che stava svolgendo.
Durante le vacanze che mi portavano nel paese dove mio padre nacque, amavo passare qualche giorno in quella casa, bollente d'estate e ghiacciata d'inverno, di cui ero il principe incontrastato e dove ogni mio desiderio poteva trovare soddisfazione.
I piatti di pasta erano sempre più che abbondanti e per il mio arrivo la nonna Anna riservava sempre un barattolo di nutella e buona scorta di fette biscottate con cui ghiottoneggiavo mentre insieme seguivamo certe telenovele dei cui antefatti si premurava di informarmi ad ogni scena.
Ricordo, tra i momenti più piacevoli in quei giorni d'infanzia, le lunghe passeggiate serpeggiando tra strade su cui si aprivano cento porte piene di vite misteriose, per andare dalla zia Bina, sua sorella, dall'altra parte del paese.
In un piccolo negozio di alimentari la nonna acquistava le poche cose di necessità e non mancava di comprare le leccornie che più mi attiravano.
La casa della zia non era mai stata del tutto completata e al primo piano, nella penombra delle finestre murate, erano ammassate polverose montagne di vecchi mobili e cianfrusaglie che esercitavano una attrazione misteriosa.
In fondo alla stradella in terra battuta, un'officina per camion lasciava a suo contorno svariati e bizzarri pezzi meccanici che, addobbati di immaginazione, diventavano i miei giocattoli mentre le vecchiette, cianciando, disfacevano vecchi lavori di maglia con la cui lana ne avrebbero lavorati di nuovi destinati poi alla stessa sorte.
Le notti che passavo nella casa avita erano strategicamente scelte per poter vedere indisturbato alla televisione il proibitissimo film horror di seconda serata che mia nonna affermava di gradire non poco. Presto capii che mentiva: voltandomi verso di lei dopo pochi minuti la trovavo poggiata sul tavolo, addormentata con il viso appeso ad un polso.
In casa il nonno Totò era una figura quasi trasparente, lo ricordo poco e per lo più seduto in quella poltrona imbottita di cuscini colorati su cui lui solo poteva accomodarsi.
Quando pernottavo con loro, lui veniva sempre relegato in una stropicciata rete nascosta nel mobile, mentre io dividevo il lettone con la nonna, galleggiando sopra le onde delle piume che riempivano il materasso.
Quando con il nuovo giorno si insinuava in me la veglia, lei era già in piedi da tempo e io rimanevo nel torpore a godermi lo spazio libero e fresco nelle posizioni più creative. Venivano dalle altre stanze i rumori della vecchietta da molte ore già alle prese con incomprensibili compiti domestici, da fuori sentivo le urla di mattinieri venditori ambulanti.
Qualche anno dopo il periodo che vi ho descritto, il nonno morì e da allora la nonna Anna, rigorosamente fedele alla tradizione, vestì sempre il nero.
Ma come spesso accade, il suo compagno oltre al colore le portò via anche la lucidità e, mentre il mio tempo mi spingeva sempre più lontano dall’infanzia, il suo la riconduceva lì da dove era partita.

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giovedì, 10 gennaio 2008

Ho fatto l'amore con una piccola e bellissima donna.
Subito con la passione di corpi ancora estranei e la libertà di amanti da lungo tempo, lo abbiamo fatto decine di volte mentre un anno scivolava nel nuovo, la passione si riaccendeva poco dopo essersi placata fino a lasciarci andare uno nell'altra.
La mia donna mordeva, mordeva forte e graffiava, cioccolato al peperoncino. Nello specchio del bagno ho fatto il conto dei danni: un livido sul pettorale sinistro, uno sul bicipite destro, qualche alone di graffio, il pene stramazzato esausto tra le gambe.
Tornato nel letto la morsi di più e le strinsi con le mani i fianchi, la sua pelle era un reticolo di ricettori in continuo cambiamento sulla superficie.
La vedevo stagliarsi seduta sopra di me, i capelli disordinati e gli occhi chiusi; i movimenti fondevano il suo pube al mio, mentre le braccia e le mani dipingevano l'aria e poi si allungavano dietro la schiena che diventava l'arco delle frecce dei suoi capezzoli puntati dritti al soffitto.
I nostri vicini ve lo potranno confermare: fare l'amore con lei è stato sublime.

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venerdì, 21 dicembre 2007

Indosso la nuova faccia donatami dagli occhiali da sole con le lenti fucsia, apro gli ultimi bottoni della camicia a fiori gialli su bermuda blu ed esco dalla stanza: scalzo lungo il corridoio ricoperto di tappeti e verso gli ascensori, con un sorriso da amnesia rivolto verso il soffitto.
“Ehilà” sempre con lo stesso sorriso arrivo al piano e ricambio il saluto del ragazzo in polo verde, “Auguri anche a te…” alla donna del pareo lilla.
Le porte a vetri si aprono sulla musica reggae che, a discreto volume, riempie la terrazza affollata con al centro la piscina a forma di enorme fagiolo: l’acqua blu elettrico, il cielo fucsia bollente, palme di plastica disseminate tra le sedie a sdraio e addobbate con festoni e luci a intermittenza dai mille colori.
Mi accomodo e accolgo lentamente tutto quello che ho intorno: Giorgio che striscia pancia a terra verso la vasca mentre Marco e Luigi lo deridono indicandolo, le punte dei nasi di Monica e Carlo che amoreggiano su un asciugamano trasparente, Luca e Andrea che giocano a morra cinese seduti a bordo piscina con i piedi ammollo.
“Ci sono le onde, ci sono le onde!” urla Thomas nel suo ridicolo accento anglo-spagnolo tuffandosi a bomba e schizzando Roberta, Daniela e Laura che ballano sculettando poco più in là. In acqua Lucia capelli arancioni e Mara capelli a spazzola giocano a tirare pizzicotti a Fabio che piagnucola.
“Le si vedono i capezzoli…” alle mie spalle Michele mi ha portato una caraffa enorme di vodka martini, il mio sorriso è ancora lì per accoglierlo ma il suo mi batte: “Buon natale! Begli occhiali Sev…”
“Oh, ma i tuoi pantaloni con quelle enormi palle di natale rosse sono di gran lunga superiori, buon Natale a te!”.
Sto Bevendo alla sua salute quando si avvicina Mariangela con dei capelli giallo evidenziatore e due tette pronte ad esplodere: “Sev, cerco di parlarti da giorni: io provo qualcosa per te, va bene? So di non essere corrisposta, ma te lo volevo dire lo stesso.”
Il mio sorriso è inamovibile, mi stringo nelle spalle roteando gli occhi sul cielo colorato: “eeeeh…”
“Per correttezza, capisci?”
“Non ci sarebbe del gelato? Mirtilli…” Corre via.
“Si rade malissimo l’inguine...” Filippo: gay, 33 anni, occhiali a specchio, camicia a meloni verdi.
“Carissimo, auguri! L’inguine non è il suo forte però ha lo spirito della commessa, glielo dico sempre: vuoi un gelato pure tu?”
“Grazie, anice e menta”
Dall’altro lato della piscina Daniele gioca con il suo nuovissimo orologio con calcolatrice, mentre la sua Elena prende il sole sbuffando annoiata e lanciando occhiate, incorniciate in una montatura dorata, ad Adamo che applaude Nunzio mentre si arrampica su una palma di plastica per raggiungere finte noci di cocco.
In disparte una ragazza, con i capelli a caschetto e il costume viola, fuma un enorme sigaro cubano sopra due gambe accavallate. Distribuisco anche a lei il sorriso di oggi e le dedico il primo boccone di gelato ai mirtilli.
“Il natale mi fa sentire strana. Adoro il gelato ai mirtilli!” dice mentre mi ruba il cucchiaio.
“Si abbina al tuo costume...”

pensato da: seventivity alle ore 00:36 | link | commenti (12)
lunedì, 10 dicembre 2007

Il bagno non è molto grande e piastrellato di blu; l'ingresso si apre verso due compartimenti, uno dei quali sempre misteriosamente chiuso, con un water e il box di plastica per la carta igienica sopra il quale sono delle bruciature di sigarette poggiatevi durante permanenze oltremodo lunghe.
Capita che entrando veda il primo scompartimento occupato da un uomo che, lasciando la porta spalancata si sta rilassando, in bella mostra e a gambe divaricate, nella sua più soddisfacente pisciata degli ultimi giorni.
Abbandoniamo il locale vagamente disgustati, e ci colgono pensieri, non tutti degni di essere riportati, sull'esplicazione di quest’atto.
Qualche giorno fa per esempio mi trovavo in un compartimento del tutto simile a quello descritto affaccendato in pratiche personali molto silenziose, quando l'occupante vicino, estraendo un membro deducibilmente di grosso diametro, inizia ad emettere uno sciabordìo degno di un idrante.
Ora, questo oltre ad essere la dimostrazione di un carattere quanto meno esibizionista, non evoca di certo l’immagine di un soggetto di gran classe benché, in quel caso, ben dotato. Altri meno fortunati non si privano di sottili sibili che, perforando la superficie dell'acqua, si riflettono sulle pareti del bagno e oltre i suoi confini.
Non per esibizionismo ma per più serie questioni anatomiche, questo risulta essere un problema per molte donne che nella tipica posizione si trovano non solo in piena traiettoria verso l'acqua del water, ma finiscono anche per sfruttare al meglio l'effetto "cassa di risonanza" generando scrosci di diversa tonalità secondo il modo in cui è ricoperta l'apertura dalla loro parte posteriore. Musicalmente interessante.
Tutto questo è facilmente verificabile, senza peccare di voyeurismo, sostando nei locali confinanti con un bagno occupato da una donna o anche solo permanendo in silenzio tra le mura di un appartamento moderno tipicamente isolato in modo pessimo.
Sul piano della preservazione della pulizia del locale maggiore fortuna hanno però le donne: per un uomo è quasi inevitabile inquinare lo spazio circostante il sanitario, in primis per una questione fisica (il flusso, impattando le pareti di ceramica genera minuti schizzi, definibili come "schizzi riflessi", di direzione opposta a quella del flusso stesso), secondariamente perché ogni sua distrazione o movimento brusco può portare ad una fatale perdita di controllo dell'organo di diuresi.
Questo inoltre, se non ben dispiegato e direzionato, può provocare spruzzi convulsi e dalle imprevedibili traiettorie. Ne conseguono i numerosi problemi di igiene da sempre lamentati dal gentil sesso nei casi di condivisione di servizi igienici che portano le ragazze, fin da giovanissime, a esercitarsi in sorprendenti equilibrismi.
Insomma, essere donna è arduo anche in questo campo ed è finanche precluso il sublime piacere della pisciata all'aperto.
Parlando di questo, uno dei ricordi più belli degli ultimi mesi non può che essere la lunga pisciata tra i fitti alberi della foresta nera, con il vapore che sollevavasi dal terreno freddissimo, e l’aria ghiacciata nelle narici.
Pare però che alcune delle donne più evolute destreggino egregiamente l’arte del “farla in piedi”, aggirando i su citati problemi e aprendosi definitivamente le porte al piacere della pisciata estemporanea.
Sembra che la tecnica non sia particolarmente complessa, sono sufficienti due dita e un po’ di pratica.

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martedì, 04 dicembre 2007
Un anno è passato.
È la prima volta che scrivo qualcosa di simile da quando sono approdato su queste sponde.
La maggior parte di noi, o forse tutti, è stato guidato da queste parti da una necessità, un anno fa la mia era depurarmi da certi avvenimenti che, nel tempo, si erano incastrati un po’ di traverso nella mia vita creando una sorta di labirintite sempre più acuta. Insomma, la nave imbarcava acqua e bisogna tappare un po' di falle: tirare fuori quegli eventi, tutta la verità sulla mia storia, rielaborarli scrivendone è stato in primo luogo terapeutico ma anche, e sempre di più, divertente e appassionante da un punto di vista compositivo.
Trattare questioni personali in modo del tutto sincero è stato liberatorio anche perché, nascosto da questo schermo, mi sono potuto liberare di tutti i blocchi che nella quotidianità mi impedivano di aprirmi completamente su certi argomenti.
Ma c'era bisogno di farlo tra un pubblico di estranei?
Certo! Perché sono esibizionista ed egocentrico!
Ho scritto le prime righe con circospezione, non sapendo bene come muovermi e diffidando della mia poca costanza, ma ho tentato di delineare una direzione, lasciatemi dire, editoriale che mi sono impegnato a seguire lungo questa sessantina di scritti.
In meno di quattrocento giorni ho avuto la possibilità di entrare in contatto con decine di persone, buona parte delle quali hanno rivelato una personalità piuttosto interessante, per alcune mi trovo a provare affetto, in un caso qualcosa di più. Ci sono state ovviamente delusioni, ma le persone hanno i propri difetti e debolezze ovunque le si incontri, da queste parti sono forse più spesso evidenti.
Il Seven che si trova a scrivere oggi è diverso da quello che ha iniziato: ha rimosso M., ha digerito B., va a dormire più volentieri la notte, evita improbabili avventure, ha arredato la sua casa e ha messo una pace vivibile tra tutti e sette i suoi profili.
Insomma la terapia ha funzionato, vive bene e pensa di avere tutto ciò che necessita per affrontare l'anno in arrivo.
Mi aspetto molto dai prossimi mesi, non ve lo nascondo, è bello avere un motivo per convogliare le energie, massimizzare le capacità e sentirsi alla guida della propria vita.
Cosa vedrete voi affacciandovi da questa finestra aperta direttamente nella mia testa non saprei proprio dirvi, posso solo sperare di presentarvi ancora qualcosa di interessante e gradevole con cui svagare una manciata dei vostri minuti.
Ora dovrebbe venire il momento dei ringraziamenti, ma sarebbe troppo banale fare dei nomi, non trovate?
Un grazie però lo dirò a tutti quelli che hanno provocato una scintilla, acceso un sorriso, schiarito uno sguardo.

Sev.

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martedì, 27 novembre 2007

Precedentemente:  parte 2 parte 1

   Scivola sulla strada, Irene, simile alla polvere di foglie secche che il vento rimescola attorno alle caviglie. Solleva il cartone del succo d'arancia alla salute di vecchi muri abbandonati e scalcinati, imbrattati: "Come oggi la tua vita, cara" conclude l'ultimo sorso, buttando via il resto insieme al sapore della sua ultima avventura.
...e pensa che solo un anno prima... 

...lui tornava a casa ogni giorno alla stessa ora, lei smetteva di scrivere qualche minuto prima; si rinfrescava e ordinava i capelli, nel soggiorno accendeva solo metà delle luci, rassodava i cuscini di pelle del divano, due martini e due sottobicchieri sul tavolino, qualcosa a cuocere.
Lui entrava e gli baciava le labbra, gli toglieva la cravatta e sotto il loro peso il divano sbuffava: ad entrambi piaceva sorseggiare un drink mentre il profumo della cena invadeva la casa e si raccontavano la giornata. 

   Più avanti due arabi ridacchiano con facce poco affidabili e camminano in senso opposto, uno aspira una sigaretta dalle mani a coppa e libera ramificazioni di fumo ipnotiche... 

"Tu sei sicura di noi?"
Un bicchiere mezzo vuoto nella mano destra e un'oliva verde nella sinistra: "Certo che lo sono, cioè..."
"...è un periodo pesante... le tue scadenze, il mio lavoro..."
"Beh, si... cosa vuoi dire, caro? C'è qualche problema?"
Sospira e si prende il tempo per un sorso: "Non lo so Irene... sinceramente..." Fruga il soffitto con gli occhi...
"Cosa vuoi dire, Antonio?" inizia a sentirsi angosciata, il petto le si comprime...
“Non sono più sicuro di dove stiamo andando…”
“Cerca di essere chiaro, cazzo!”
Porta gli occhi su di lei: "No, ti prego… così diventa ancora più brutto..." Le accarezza le guance rosse bagnate.
"Più… brutto...?" cerca il suo sguardo "non mi fare questo..."

   "E' incredibile come, ripensandoci, tutte le conclusioni si somiglino: banali, strazianti e umilianti... o imbarazzanti, forse."
...e pensa anche: "Chissà come puzzano di fumo quelle mani...", si sente quasi nauseata e l’altro arabo sorride su denti dorati. 

La televisione illumina il divano in silenzio, lei appoggiata con la schiena contro di lui, parla e fuori albeggia: "Tu lo faresti?"
"In astratto potrei dirti anche di si, ma forse è meglio lasciare le cose come stanno. Stiamo andando bene…."
"Io lo vorrei fare ancora una volta con te."
"Irene, siamo stanchi, molto stanchi, e potremmo fare cose di cui domani... ci pentiremmo... sicuramente ce ne pentiremmo." Sospira: "Vedi? Faccio persino fatica a parlare."
"Non pensare a domani.” indica fuori: “Che poi… è già domani. Dai..." si gira e risale il suo petto...
"No...credo proprio sia meglio evitare..."
"Preferisci che me ne vada a letto? Prova a dirmelo allora!"
"Si, Ire, è meglio che tu vada a letto..."
"Non dici sul serio..." ride, gli sbottona la camicia
"...sei ubriaca... non provocarmi..."
"rilassati, lasciati andare..."
Poi scoppia: le afferra i seni e inizia a baciarla, lei si muove contro il bacino come mai aveva fatto e solo per quella sera...

   "Che disastro! …e così ho completato l'umiliazione e perso anche quel briciolo di dignità che avevo."
Il sorriso d’oro si allarga mentre stanno per incrociarsi, l’altro aspira e soffia verso di lei una trappola di fumo nero: “vuoi provare un tiro, sorella?”
Irene osserva le volute galleggianti nel vento che rimescola le foglie tra le loro sei caviglie e si ferma.
L'uomo le porge le mani a coppa con la sigaretta infilata in cima: “è solo il passato, sorella…”

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lunedì, 19 novembre 2007

  Oggi ho conosciuto mia moglie.
Fermo nel corridoio, tra ali di folla l’ho vista camminare verso di me.
Il suo è un volto di quelli che senti subito di conoscere perfettamente e ogni tratto è lì, dove ti aspetti di trovarlo; quando la sua voce mi raggiunge la elaboro, la seziono in ogni sua inflessione, curioso.
  Dunque è così che doveva essere.
Ma chi sarà che mi raggiunge dentro quel corpo?
…e cosa esattamente mi catturerà in lei?
Ora ancora fatico a ricordare il suo nome completo, ma nella tasca sinistra ho il suo biglietto, che sfioro con la punta delle dita per non farlo scomparire.
Del primo incontro con lei, che sarà la mia compagna per lungo tempo, ricorderò gli occhi puntati dentro i miei, tanto da formare un ponte impalpabile mentre veniamo presentati, e il suo sorriso che mi fa desiderare di averne mille altri.
Io, suo marito, le ho stretto la piccola mano con sicurezza, ritardando di un lungo secondo il momento di lasciarla andare.
Oggi non ricordo molto di più di lei, ma la cosa non mi angustia, no: vivrò assaporando questo mistero che diventerà sempre più debole, giorno dopo giorno, fin a scomparire, quasi.
Restando leggero intorno a noi.

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mercoledì, 14 novembre 2007

Sto per scrivere qualcosa di estremamente demagogico e spero di non alienarmi, per questo, simpatie conquistate con ben altri toni: essere donna è difficile.
Non per il flagello mensile che ciclicamente le affligge con il suo contorno di malesseri, scomodità e irrequietezze.
Non per il ruolo più gravoso affidato loro dal processo riproduttivo, in cui noi maschietti interveniamo solo nelle parti più divertenti: lasciamo a loro il dolore ma riappariamo per condividere il piacere artigianale della nascita.
Non ancora per essere drammaticamente più pulite dell'uomo medio, con tutto ciò che ne consegue, e nemmeno mi riferisco all'incombenza di sottoporsi a periodiche torture per mantenere il proprio fisico al riparo da folti inestetismi.
No, essere donna è difficile perché ci sono un sacco di uomini idioti, più comunemente definiti maniaci, là fuori.
Chiamando in causa proprio le protagoniste di questo scritto: chi di voi non ha subito la propria dose di maniaci?
Ogni donna possiede un repertorio, più o meno folto e assurdo, di storie vissute riguardanti i propri maniaci personali e ognuna crede di avere un talento particolare nell'attirare uomini pusillanimi. La cosa è tanto diffusa che la poveretta che dovesse accorgersi di non contare una scuderia di almeno una dozzina di maniaci nella sua vita, cadrebbe in una crisi di disistima che rischierebbe di condurla ad azioni poco sagge pur di sentirsi come tutte le altre: "Cosa ho io che non va? Voglio il mio maniaco!".
Dovendo escludere, per ovvie ragioni, che tutte coloro che pensano di avere un particolare ascendente sui maniaci lo abbiano davvero, non rimane che ipotizzare che, purtroppo, la percentuale di uomini a cui passano per la testa cose incomprensibili sia incredibilmente elevata.
Sarebbe superfluo, e non sarei nemmeno la persona adatta a compilare un’antologia di ciò che può accadere ad una donna fuori casa, a partire dalla classica “toccata di culo” anonima, passando per viscidi siparietti e richieste di attenzioni sussurrate da insospettabili vecchietti.
La questione che volevo sfiorare con questo foglio è cosa passa per la testa di un maschio che avvicina una donna per farle una proposta oscena: crede davvero che questa accetterà di buon grado un rendezvous, “ma si, perché no…” ?
Ancor più incuriosiscono i processi mentali di chi si limita a lanciare urla triviali da macchine in corsa, facendo nascere più di un sospetto di ingarbugliata misoginia: non potendosi nemmeno godere la reazione della vittima non gli rimarrà che congratularsi con se stesso, “gliene ho dette proprio delle belle a quella femmina!”.
Dopo queste considerazioni non mi resta che provare una goliardica simpatia per i palpatori, che perseguono uno scopo per lo meno comprensibile, anche se non condivisibile. Loro non voglio tormentare la propria vittima o approcciarla, si accontentano di constatare se quel sedere è veramente sodo come sembra!
Appaiono quasi nobili, vero?
Le donne, arrivate nel mezzo del cammin di loro vita, si ritrovano ad aver sviluppato già un sacco di anticorpi per evitare o reagire a queste situazioni, a volte possono apparire troppo aggressive e isteriche ma, capitele, essere donne è un vero casino.

pensato da: seventivity alle ore 17:43 | link | commenti (33)
martedì, 06 novembre 2007

Insomma, questa storia della maglietta nelle mutande mi ha un turbato piuttosto e ho dovuto allontanarmi un poco per meditarci sopra; da ciò ho maturato l'idea che, se un uomo arriva ad infilarsi la maglietta nelle mutande, in lui c'è di sicuro qualcosa che non va.
E' un'affermazione forte, ma voglio dire: stiamo parlando di mettere una maglietta intima dentro le mutande e di impacchettarci il pisello, con tutto ciò che ne può conseguire. Voi riuscite davvero a dare un senso a tutto ciò?
Non c’è una motivazione pratica nè, tanto meno, igienica perché debba essere fatto. Da cosa deriva quindi questa malsana abitudine? Sarebbe bello avere un parere dai diretti interessati e si può facilmente intuire che sia stata tramandata dalla mamma del caso. Questo mi preoccupa ancor più del fatto che negli anni il maschietto non perda certi vizi.
Tutto questo, come avrete sicuramente capito, va al di là dell'estetica ma vogliamo parlare anche di quella: un uomo medio in slip difficilmente appare attraente, e non dico “sexy” per non azzardare alcuni casi di estrema fortuna. Può attrarre la donna per le sue caratteristiche fisiche e non, ma non è certo un modello di armonia e perfezione.
Aggiungiamo agli slip l' "effetto gonnellino" provocato dalle falde della canotta e immaginiamo due partner al loro primo incontro piccante: lei sbottona i suoi pantaloni, al culmine della passione farebbe a questo maschio qualunque cosa con qualunque parte del corpo, fa scivolare via i pantaloni e si trova davanti il gonnellino.
Ora, la prima immagine che verrà in mente alla donna non sarà sicuramente di virile potenza ("pregusto che mi farà provare il piacere di essere una donna"), ma piuttosto di tenera maternità ("piccolino di mamma!") nel migliore dei casi o di demoralizzata constatazione di mancanza di classe ("Oddio, che sfigato!") per edulcorare la peggiore eventualità.
A quel punto possiamo supporre che, la donna sensibile, cercherà di non far pesare queste sue grame constatazioni con il rischio di imbarazzare e “ammorbidire” il momento magico, porterà avanti l'incontro sperando in un subitaneo recupero della passione.
Purtroppo questo sarà reso ancor più arduo dal dover "spacchettare" l'intimità del partner.
Obbietterete alle mie teorizzazioni che il trovarsi davanti ad una confezione tutta da scartare potrebbe far ritrovare quei sapori dell' infanzia provati davanti all'uovo di pasqua o al pacco (sic!) dono, ma mi perdonerete se non riesco proprio a immaginare pensieri del genere nella mente di una femmina iper-eccitata.
Mossa da sovrastanti ordini ormonali, la nostra amica provvederà in ogni caso al disimballaggio dello strumento di piacere e arditamente spererà, e noi con lei, nel candore della maglietta indossata dal nostro amico amatore, perché non vorremmo mai che il contatto con certe zone produca strani coloriti dai rimandi pagliericci. Per allontanare questo rischio consiglieremmo biancheria scura.
Ma il tema non è se dare preferenza alla biancheria intima scura o chiara, argomento sul quale si potrebbe piacevolmente dibattere per ore: il punto è che le donne dovrebbero meglio valutare la propria posizione riguardo a questo problema, perché saranno loro a lavare i panni sporchi del proprio marito.
Voto contro!

pensato da: seventivity alle ore 12:25 | link | commenti (43)
martedì, 23 ottobre 2007

Sipario. Ambiente nero, sullo sfondo piccole luci rosse e gialle,
due sedie bianche a centro palco, due uomini seduti.

Conduttore: Buonasera e benvenuti a “Chiediamolo a lui!”, abbiamo il piacere di avere con noi il personaggio che voi tutti conoscete con il nome di Seven.
 

Applauso sobrio. Il Conduttore indossa un abito nero
con camicia bianca e farfallino, Seven un tight bianco con camicia nera,
con la mano dondola un bastone su cui è poggiato un cappello
a cilindro bianco con fascia nera.
Il pubblico è anziano e in bell’abito, le donne con i capelli acconciati,
gli uomini azzimati. Anelli, orologi d'oro.

Seven: Buonasera a voi, è sempre un piacere essere vostro ospite… 

C: [risatina contenuta] In quanti siete questa sera, sette come sempre?

S: [sorride] Quattro: tre dei nostri sono un po’ restii ad apparire in un pubblico e così… 

C: [ride] Dovremo quindi contentarci…

S: [fa spallucce]

C: Iniziamo subito con le domande, il tempo a disposizione è poco. Seven, a volte sembra di sapere tutto di te, ti sei raccontato largamente, dicci qualche cosa che ancora non sappiamo…

S: [cambia posizione sulla poltrona e si schiarisce la voce] Ehm… mi fai una domanda difficile perché…accidenti… sono un sacco le cose che non sapete, talmente tante che non me ne viene in mente nemmeno una…

C: [sorride con i denti] Devi rispondere Seven, sono le regole…

 S: Lasciami pensare… [fa roteare il cilindro con il bastone] Da piccolo avevo un amico immaginario, si chiamava Gimpy…

Il pubblico si scambia qualche breve parola divertita. 

…insomma, malgrado non fossi figlio unico e non avessi bisogno di compagnia, mi piaceva discutere tra me e me. Forse mi aiutava a riflettere, sapete… Sarà che sono un gemelli… poi siamo diventati sette e non si capisce più chi sono gli amici immaginari e chi il vero Seven [allarga il sorriso]

Risa.

C: [Ride] Molto divertente. Andiamo avanti, abbiamo ancora due domande, poi lasciamo spazio al pubblico. È proprio reale questa antisportività di Seven? Non ci credo che non hai mai provato il piacere dello sport! La socialità, il movimento del corpo, il metabolismo. Insomma, sono cose importanti…

S: Oh, bella! [si spettina i capelli e si raddrizza sulla poltrona su cui tende a scivolare] Vi dirò la verità: ho avuto un’infanzia sportiva, ho provato diverse attività.
Il primo sport è stato il nuoto per il quale ero assai portato, imparavo in fretta. Mi ricordo ancora la sensazione di uscire nel freddo invernale dal bollore umido degli spogliatoi: uno shock!
Ho fatto una sola gara, stile libero, ero piccolo e sono arrivato ultimo dopo aver aspettato un pomeriggio in costume. Però ci hanno regalato dei prodotti della centrale del latte!
Ho fatto basket alle scuole medie: dietro la palestra c’era una grande gabbia di metallo in cui ci si metteva la carta da riciclare. Era aperta nella parte superiore e arrampicandocisi dentro si potevano trovare giornalini interessanti come Skorpio, Intrepido e altri con qualche donnina poco vestita che, per l’età, era una grande conquista da conservare per…capite… consultazioni future…

 Risa.

 Per qualche settimana sono stato anche in una squadra di calcio, ma d’inverno si congelava e non mi permettevano di stare con le mani in tasca durate gli allenamenti. Sport estremo. Ho fatto una partita da difensore. Ho rimosso completamente quel giorno.
Poi c’è stato il periodo del body building, ma c’era troppa promiscuità in quegli spogliatoi, tutti quei piselli che volavano pelosi…

 Le donne arrossiscono rumorosamente.

 … chiedo venia, era per dare del colore al ritratto, per così dire…

 C: [si schiarisce la voce] Insomma, hai presto capito che non era il tuo terreno. Un’ultima domanda e poi sentiamo se c’è qualche curiosità dalla platea. Senza pensarci troppo, dicci una cosa che non sopporti…

S: Gli uomini che si mettono la maglietta intima dentro le mutande.

 Risa.

 È che l’ho visto proprio stasera: dal bordo inferiore delle mutande spuntano le falde della maglietta intima o canottiera che sia. Non si può proprio vedere! Non pensate?
Credo sia proprio una cosa che uccida il desiderio, donne!

 Vivaci mormorii d’approvazione

 … ma anche per un fatto igienico: non voglio sapere di cosa odori la parte anteriore di quelle canottiere…

C: …e non indaghiamo sul perché stasera ti sei concentrato su uno spettacolo del genere…

S: [Ride] tralasciamo…

C: Ora una piccola pausa e torniamo ancora con il nostro ospite. Inserite nell’urna qui sotto le domande che volete porre e le più interessanti saranno girate a Seven medesimo. Sipario!

 Sipario. Mormorio in sala, si prendono fogli e penne…

pensato da: seventivity alle ore 00:53 | link | commenti (26)
lunedì, 08 ottobre 2007

La leccava con ancora indosso i pantaloni, appoggiata con la schiena ad una delle sei colonne neoclassiche, rossicce e grigie di vecchissima polvere, e le piante si arrampicavano sulla facciata del portico che d’intonaco era ormai solo incrostato.
Mario, che le aveva sbottonato i jeans e scostato le mutandine scure, si prodigava in umide attenzioni, per ora graditissime da Irene che muoveva il bacino sul suo viso. Con la testa contro la colonna, respirava profondamente l’aria polverosa e frizzante di quel giardino: muri coperti di edera, una cancellata verniciata di ruggine e, alle sue spalle, quello che una volta era un campo da tennis; la terra rossa era ormai distribuita su tutto il porticato, la sentiva sotto le suole delle scarpe mentre maliziosamente gli andava incontro.

Infine non ha trovato una scusa per non accettare l’invito a cena di Mario, avrebbe potuto fare mille altre cose, ma a queste ci pensa sempre dopo che si ritrova con un uomo addosso, sopra un letto che questa volta geme con un cigolìo allegro… o forse di semplice ironia.
Se la meriterebbe tutta! Il suo problema è che non riesce a sopportare quel cellulare che non squilla, quei messaggi che non arrivano.
Silenzio. Giorni e giorni di silenzio che alla fine non riusciva più a sopportare, tanto da dover spegnere del tutto quell’affare per trovare almeno una giustificazione a tanta aridità.
Lo pensa mentre lo sperma di Mario le si asciuga sulla pancia e scollina dei fianchi sulle lenzuola che puzzano di naftalina; e lui parla di qualcosa, le sfiora con il dorso delle dita la spalla destra: finito il gioco della seduzione e il piacere della carne, non le resta che la voglia di uscire da lì sulle sue gambe.
…e Saverio, da dietro i suoi libri antichi ammonticchiati sulla scrivania usurata da mille anni di studio, avrebbe commentato: “Sempre il solito squallore, Irene, non devi cercare delle soluzioni fuori di te. Comincia a trovarti dentro te stessa piuttosto che nel riflesso degli occhi di altri!”
Gran bella previsione, è quello che le dice sempre…
“…insomma, dico che è davvero affascinante, non credi?”
“Me ne vado.”
“Scusa? In che senso?”
“Vado via, ho da fare. Ho lasciato l’acqua sul fuoco, sono preoccupata che la lavatrice non vada in cortocircuito, insomma…” Agita in aria i tre fazzoletti di carta con cui si sta ripulendo la pancia e il pube, mentre Mario la guarda con occhi come due O maiuscole.
“Stai scherzando? Ma… ho detto qualcosa di male? Io…”
“No, no…cioè non so cosa hai detto… - si veste delle cose essenziali - … ma non è quello, stai tranquillo…”
Si infila le scarpe in equilibrio sul parquet scheggiato saltellando verso il corridoio.
“Ma certo che sei la donna più stronza che abbia mai incontrato! Bel trattamento dopo una cena…”
“Scusa, ti saluto...” dice con un filo di voce.
“Tutta pagata tra l’altro!” urla dal letto.
Si ferma al frigorifero, cerca con gli occhi: un succo di arancia può andare più che bene, vuole lavarsi di bocca quel sapore del suo sesso che la nausea, e per le mani… beh insomma!
Irene esce, sollevando un polverone con i suoi passi sul campo da tennis spettinato, forza l’erbaccia che blocca il cancello ed esce in strada.

pensato da: seventivity alle ore 21:03 | link | commenti (24)
mercoledì, 26 settembre 2007
"Faccio i conti con me guardando l'acqua che è passata in questi mesi.
E mi chiedo solo come stai."

Spirale di flashback:
Lei aveva degli occhi enormi dentro cui leggerci qualsiasi cosa, ricci selvaggi che avevi voglia di farti scivolare sul petto.
La sua vita appariva un costante preparativo, una lunga pista di decollo dalla confusione, su e giù per l'Italia.
Non dormiva di notte, non dormiva di giorno, poteva comparire a qualsiasi ora; faceva discorsi pazzeschi, ma dietro cui era bello perdere la testa.
I suoi erano baci morbidissimi, leggeri, la lingua come di seta.
I seni piccoli e perfetti li teneva nascosti, dovevo rubarglieli; le sue gambe avvolte nelle calze autoreggenti mentre stuzzicavamo il primo sesso nel mio letto, aveva ragione, erano più eccitanti di quanto mi fossi immaginato.
Bellissimi, ci siamo ubriacati insieme di alcool e litri di parole in giro per due città, ricostruivamo le nostre vite da racconti.
Abbiamo bevuto i nostri sapori fino all'ultima goccia, in una notte di scoperte; al mattino ha ballato la mia musica sul pavimento, addosso una sottile maglietta tesa dai capezzoli e ci siamo salutati due volte tra folle di gente in partenza.
Luce.

pensato da: seventivity alle ore 16:34 | link | commenti (16)
mercoledì, 19 settembre 2007

L’aria ristagna attorno alla stanza, il caldo pesa sulla pelle di Irene e fuori il tramonto sembra durare da ore.
Alla porta-finestra spalancata, una zanzariera con fori grossi come pugni serve più a tenere dentro le mosche che ad altro.
La stanno facendo impazzire: buttata sul divano nel pomeriggio, hanno aspettato che il torpore si impadronisse del suo corpo per cominciare a ronzarle sul viso. Leste e coraggiose, ogni suo movimento smuoveva solo aria marcia finché, esausta, si era alzata, per ritrovarsi là, davanti ad un vecchio monitor che trasmetteva in verde, e ad una tastiera incrostata di briciole tanto da doverne percuotere con forza i tasti.
E batte su quei tamburi, deve scrivere, assolutamente deve fare urlare quella pagina sopra le voci dei troppi pensieri affollati nella sua testa e intanto il sole ancora, per sempre, continua a tramontare.
Una mezza dozzina di finestre di chat sono l’unico contatto con il mondo di fuori; lampeggiano instancabili mentre Irene passa da una all’altra: Mario la invita ad un ristorante messicano e lei deve inventarsi una buona scusa nei prossimi giorni; Gabriele, proprio lo ignora, forse le chiederà di uscire.
Il freezer è sempre riuscita sempre a trovare una scusa buona per non pulirlo, ha le pareti spesse di ghiaccio ma per lo meno nasconde ancora una bottiglia di vodka al melone a cui attacca direttamente le labbra: i bicchieri sono tutti accatastati in un lavandino maleodorante. Si domanda se sta impazzendo di più lei o quelle mosche che non hanno alcun pudore a sfiorarle la pelle.
“Basta!”
Si alza facendo ribaltare la sedia di legno scomodissima e ne vede una poggiata sulla tastiera.
Scatta la mano, veloce chiude la via d’uscita della mosca, si ribalta la vodka.
“Maledetta! Ti ho fatta fuori! Meno una… dai, fatevi sotto!” urla.
Quiete, sembrano aver udito la dichiarazione di guerra e preparare l’attacco. Irene si ripulisce la mano sui pantaloncini grigi.
Parete destra.
“Aaah! Per ora hai vinto… Avanti! Secondo round… fatti vedere!”
Il colpo stavolta è fatale e la nostra eroina grida di vittoria mentre si gratta via il nemico nero dalle dita.
Un vero guerriero deve saper attendere il momento dell’attacco, immobile al centro della stanza, suda.
Ecco che le passa davanti agli occhi, come per sberleffo. La segue con lo sguardo, la perde nella planata ma… eccola: sul monitor, posizione verticale, scomoda, deve stare attenta al riflesso sul vetro e alla visione periferica del nemico, non può permettersi di sbagliare… è lì a pochi centimetri.
La mano scatta in una discesa obliqua e due schizzi rossi dipingono lo schermo.
“Aaaah!!! Ma come ti ho fatto fuori??? Eh??? Che ne dici ora???”
E’ sorprendente quanto sangue abbiano in corpo alcune mosche, questa sembra essersi tatuata indelebilmente nelle dita di Irene, rosso e nero, e il monitor ora non trasmette più solo verde.
“Ma quanto sei morta adesso??? Mortissima…”
Raccoglie la sedia e ci si butta sopra, scomodissima, ansimante.
Il caldo del tramonto la ricoprirà ancora a lungo…

pensato da: seventivity alle ore 01:54 | link | commenti (10)
giovedì, 06 settembre 2007

Mi presento, mi chiamo Seven… no, non so dirvi molto più di me perché, vedete, io non sono la stessa persona per tutti e, di certo, il vostro Seven sarà dissimile da tutti gli altri Seven che abbiamo qua attorno.
Sono dei gemelli, dite che dipende da questo? Io non penso, non credo molto in quelle cose, ma ritengo piuttosto che faccia parte della natura delle cose. Voglio dire: non crederete davvero che tutti vedano voi stessi allo stesso modo?
Andiamo, pensateci bene: non è sicuramente così! Ci sarà pure qualcuno che vi ritiene antipatico, insopportabile e altri invece simpatico e amabile.
Il mio vero nome, chiedete? …ma è del tutto superfluo, già nel momento in cui lo veniste a sapere comincerebbe a formarsi in voi un’idea di me modellata su quello. Insomma, se avessi un nome fichissimo sicuramente nella vostra mente si formerebbe un’immagine diversa che se avessi un nome pieno di U e O. Vi sfido a continuare a leggere allo stesso modo le prossime righe se vi rivelassi di chiamarmi Ubaldo! Od Onofrio… no, Onofrio sarebbe troppo…
Insomma mi chiamo Seven perché già qui dentro conviviamo in sette, ma fuori, tra di voi, ce ne sono centinaia, accontentatevi di avere il vostro senza troppe domande che, se iniziate a pretenderne un altro, diventa un vero casino.
…che poi di persone che dicono di conoscermi a fondo ne ho conosciute davvero tante, tutte doverose di illustrarmi il mio profilo e di interpretarmi in modo infallibile, ed è davvero divertente e piacevole tutto questo, dico davvero, ma non chiedetemi conferme o appoggio su ciò che ritenete essere vero perché io sono portato a credere che ognuno di voi abbia ragione.
Capitemi: ognuno di voi modella il mondo innanzi tutto secondo la propria esperienza, la propria visibilità e, infine, secondo ciò che vuole credere. Per esempio se la simpatica Nicoletta mi vede un insopportabile pignolo non potrò certo convincerla del contrario, perché il suo Seven è anche così, ciò non toglie che se riferisco al mio amico Antonio che mi hanno dato dell’insopportabile pignolo questi si faccia un’irresistibile risata ritenendomi l’approssimazione fatta persona. Tra parentesi io ritengo il mio amico Antonio uno spocchioso pignolo e ho, ovviamente ragione, ne ho tutti i motivi.
Con buona pace di Nicoletta, non posso nemmeno dare torto alla cara Sara, che tanto bene pensa del suo Seven… ma forse il mio amico Antonio riderebbe anche sentendo parlare lei, ma Antonio è uno spocchioso pignolo, lasciamolo perdere…
Ma lontano da tutti questi riflessi di me stesso, posso riuscire a trovare un’immagine davvero reale, che non sia associata a un nome, a un ruolo o a un aspetto, perché esistente a prescindere da questi.
È una vera sfida che richiede una grande elevazione quando invece siamo zavorrati da un sacco di pesi: rispondiamo al telefono e siamo una persona diversa per ogni interlocutore, ci svegliamo al mattino domandandoci, magari inconsapevolmente “oggi chi sono”?
Quello che mi viene da chiedermi è, allora, dove posso essere non cento, non sette, ma uno solo?
E, per ora, non abbiamo una risposta.

pensato da: seventivity alle ore 02:49 | link | commenti (27)
martedì, 28 agosto 2007

Fade in: Devo confessare che mi piace l’odore della campagna quando viene sparso il concime per i campi, mi fa diventare molto bucolico e venire voglia di stare all’aria aperta, ma questa sera è davvero troppo: non appena aperte le finestre, la casa si è impregnata di un odore classificabile tecnicamente forse come merda secca, tanto da rendere difficoltoso anche mangiare.
…comunque, prima di essere interrotto da questa ondata fetida, stavo scrivendo qualcosa del genere: le vacanze fanno cambiare enormemente prospettiva e cerco ogni volta di conservare il ricordo della visuale che in quei giorni acquisto, ma poi, immerso nuovamente in questa giostra impazzita, mi dimentico ogni cosa.

Ci vuole tempo per fermarsi, distaccarsi per qualche minuto da tutto quello che la nostra società ha inventato e dedicarci a noi stessi, a quello che ci fa sentire vivi.
Tutto perde valore, tutto scorre troppo velocemente per potersi soffermare a riflettere su cosa si ha intorno ma, soprattutto, si finisce per non chiedersi più cosa si sta facendo.
Stasera per un secondo (solo un secondo davvero, oh ma limpido) ho sentito quasi un senso di colpa nell’uscire liberamente per diletto senza essere lavorativamente reperibile. Questo mi ha un po’ preoccupato, perché non è per nulla normale e, fino ad un anno fa sarebbe stato impensabile per una persona come me.
Da cosa sto rischiando di farmi inghiottire, quindi? Certo, mi pagano bene per potersi prendere il proprio boccone di mia vita, ma fino a che punto ha un prezzo ed è in vendita?
Durante quei giorni calato in un ambiente più naturale, ho iniziato ad intravedere l’imboccatura di una strada, un piccolo sentiero, percorrendo il quale posso forse iniziare a capire cosa sono, spogliato di ciò che costruisce me stesso nella società: il mio lavoro, la mia casa, la mia macchina, i miei vestiti.
Sotto tutti questi strati c’è qualcosa di vero, che è l’essenza più semplice di me stesso, l’essenza di uomo che si sposa con la natura di cui è parte; ma da qui quel piccolo sentiero è nascosto, lo perdo di vista, come se la vegetazione impedisse di distinguerne la direzione.
Si cerca, allora, di raggiungere un livello di benessere sociale e poi il livello successivo, ignorando che questo ci avvinghia sempre di più alle spire di questa commedia che ci siamo creati e che, grottescamente, ci imbelletta fuori e inaridisce dentro.

Fade out: le mosche sono insopportabili, isteriche per la fine della stagione ronzano intorno alle teste scomparendo al momento giusto come avendo sentore degli istinti omicidi che possono aver risvegliato. Sono sempre state così? Io le ricordavo meno socievoli.
La metropolitana in estate è insopportabile anch’essa, perché con i finestrini abbassati entrano dei rumori fastidiosissimi, i fischi taglienti delle ruote sulle rotaie che penetrano sanguinariamente i timpani. Vorrei portarmi i tappi per le orecchie, ma non vorrei apparire troppo bizzarro, così lascerò le mie orecchie sanguinare.
La luna piena, invece, è bellissima sempre: la sua luce lattiginosa è ipnotica e fa venire voglia di addormentarsi sotto il suo cielo, osservando come cambia il panorama nella notte da lei rischiarata.

pensato da: seventivity alle ore 02:08 | link | commenti (17)
venerdì, 10 agosto 2007
Da questa collina circondata dalle campagne, sdraiato sulla morbida poltrona con gli occhi al cielo decorato da milioni di stelle che rischiarano con il loro bagliore la notte senza luna...
All’orizzonte le luci dei paesi che degradano sul golfo e illuminano la loro parte di cielo nascondono parte dei bagliori celesti, sopra di me tra i rami e le piccole foglie del salice la via lattea attira magneticamente il mio sguardo.
È questo il vero mistero della vita, non le favole religiose di cui l’uomo sente da sempre il bisogno di circondarsi per vincere la propria insicurezza.
Mi trovo come su un balcone, sdraiato sulla superficie della mia terra, affacciato su un panorama imponente e su cui infiniti altri balconi si affacciano.
È questo il vero mistero: le distanze infinite che ci circondano, che non conosciamo e non siamo in grado di comprendere.
La nostra mente è abituata a concepire qualsiasi cosa come contenuta da qualcosa di superiore, ma alzando gli occhi ci troviamo a contemplare sistemi solari composti da tanti pianeti come il nostro che non riusciamo nemmeno a vedere, contornati dal vuoto che si estende per distanze inimmaginabili delle quali davvero non sappiamo niente; come non possiamo sapere se questo universo sia contenuto o termini anch'esso in qualcosa d’altro che in ogni caso non saremmo in grado di pensare con le nostre menti umane progettate per ragionare su concetti assai meno enormi.
Il mistero è la Natura che sovrasta tutto questo, che costituendo quelle immensità ha trovato infinite soluzioni diverse di cui così poco abbiamo visto; la Natura di cui facciamo parte e che non è possibile rivelare in tutti i suoi segreti mediante un semplice, e fin troppo comodo, atto di fede.
Le nostre azioni, la nostra storia e le conseguenze che questa provoca è così poca cosa se rapportata alla Sua enormità!
Eppure noi abbiamo la presunzione di poter mettere in pericolo un sistema che va avanti da milioni di anni, evolvendosi lungo una strada propria il cui obiettivo non ci è dato conoscere in alcun modo, quando in realtà è solo la nostra esistenza che dovremmo salvaguardare, per quel poco che possiamo decidere.
Noi, una razza di pochi miliardi di esemplari, esistente da poche migliaia di anni, su uno degli infiniti minuscoli pianeti vaganti nell’infinità.
pensato da: seventivity alle ore 12:50 | link | commenti (9)
lunedì, 30 luglio 2007

Luci basse nel salotto di una piccola casa nel cuore di Verbania, ci baciavamo timorosamente sul divano mentre dal cd suonavano i suoi Depeche Mode. Lei aveva il doppio dei miei anni e un vago sapore di tabacco nella bocca, i capelli ricci le incoronavano la testa e la pelle mi appariva strana, sottile a toccarla.
Completamente dimentichi di suo figlio e sua figlia nell’altra stanza, ci abbandonavamo a quella passione irrazionale che trasformava entrambi in poco più che degli adolescenti.
Nel pomeriggio sul prato, persone che passeggiavano lungo il sentiero, il mio piede era scivolato nell’apertura dei suoi pantaloncini, aveva scostato le mutandine su una folta peluria, e si era mosso su di lei ad occhi chiusi..
Ora le facevo fuggire fuori un piccolo seno dal vestito, non aveva quella consistenza del frutto appena maturo delle mie coetanee, come un palloncino il giorno dopo la festa, ne leccavo il capezzolo, e anche questo aveva un sapore così diverso..
Le mie mani scorrevano sotto le mutandine, nel suo piacere; il divano ricoperto da un tessuto un po’ ruvido, che dava le spalle alla porta chiusa sulla stanza dei bambini per fortuna non troppi curiosi, o forse solo abbastanza silenziosi….
…e poi lei china su di me, i miei pantaloni raccolti alle caviglie, la bocca morbida sempre più veloce.
Al momento giusto cercavo di scostarla, ma non voleva separarsi e io mi scioglievo allora, nella sua bocca, per la prima volta godendomi tutto il piacere, lasciandoglielo tutto, moltiplicazione di brividi che mi trovavano senza fiato…

pensato da: seventivity alle ore 17:40 | link | commenti (8)
giovedì, 19 luglio 2007

Ho un pene che mi piace afferrare, stringerne la durezza nella mano, tirare la pelle verso il basso e godermi i fremiti dai mille colori diversi di piacere che s’irradiano da esso per tutto il corpo.
Ho un pene che mi piace lasciarti osservare, tra le mani tue e mie, mentre pulsa e si bagna di piacere; oppure quando, piccolo e morbido, riposa contro il mio pube e il tuo sguardo lo desta facendolo sollevare, più o men velocemente, in una nuova dimensione.
Ho un pene che mi piace fare entrare dentro di te, nel morbido umido della tua vagina, tra le spire della lingua nella tua bocca.
Ho un pene che mi piace guardare esplodere, nei guizzi bianchi che ricadono su di noi, oppure, dentro il tuo corpo, diventare liquido tra i liquidi tuoi, viaggiare tra le cavità con il mio sapore.

pensato da: seventivity alle ore 23:42 | link | commenti (23)
mercoledì, 18 luglio 2007

Esco dai tornelli della metropolitana e sento un vociare confuso.
Guardo a sinistra: attraversando il tunnel laterale stanno arrivando. Un'orda sciamante.
"Oh mio Dio!" esclamo tra le labbra strette e accelero il passo verso la fermata del pullman che mi porterà all'amato luogo di lavoro, uno dei pochi posti in cui si riesce a respirare in quest’afa estiva. I trasporti sono poco frequenti e spesso capita che siano affollati, al limite della sopravvivenza, da gruppi e scolaresche che si recano nel centro polisportivo.
"Oh mio Dio!" quindi: correre e in fretta, questi sembrano pure molto giovani!
Uscito dalla stazione della metropolitana e conquistata la fermata del pullman sento le voci avvicinarsi, ed eccoli: è proprio come temevo, un intero branco di ragazzini che sciamano in mille direzioni sulla banchina, senza alcun ordine, sono guidati da tre pastori che urlano inconsultamente parole incomprensibili che tanto quello che conta è il tono, come con le pecore.
Io ho conquistato la prima fila, posso riuscire a salire prima di loro e recuperare un posto riparato e magari attraversato da una corrente d'aria in cui respirare!
Intanto l'orda ha circondato tutti i lavoratori in attesa. Sono ovunque, sono tanti, sono alti intorno al metro, ognuno ha uno zaino che rende il volume occupato ancora maggiore. Uno di loro ha in mano una bottiglietta di plastica vuota, con dentro qualcosa di marrone che cerca di stimolare con dei colpetti contro la plastica.
"Oh mio Dio!".
Con sguardo ansioso osservo il pullman che si avvicina alla fermata e cerco di calibrare la mia posizione in modo da capitare davanti all’ingresso e riuscire a salire prima che il diluvio di infanti si riversi dentro.
Riesco a conquistare un posto dietro una sbarra, che sembra abbastanza resistente, e un finestrino socchiuso che assicura un buon circolo d’aria. Guardando fuori, vedo che i pastori si sono posti intorno al gruppo irregolare di piccoli mammiferi che si muovono in tutte le direzioni e, urlando a squarciagola in tutte le direzioni, cercano di radunarli verso le porte di ingresso.
Ed eccoli salire, sprizzanti energia da tutti i pori, visi dalla pelle liscia senza una ruga, bocche dal numero variabile di denti, capelli lunghi incolti piuttosto che pettinati a punta. Sciàmano verso il fondo del pullman travolgendo ogni cosa, passando tra i pendolari come il mare in bufera tra gli scogli. Il rumore del chiacchiericcio infrange irrimediabilmente l'astrazione che con tanta cura mi creo di prima mattina. Parlano tutti contemporaneamente e appaiono incuriositi da prodigi della tecnica come la macchina obliteratrice, cui dedicano molta attenzione nel capire come si apra e come faccia a funzionare senza che ne escano fili. Uno di loro che ha scoperto i miracoli della forza centrifuga durante le curve, la sfida senza mani urlando "ooh ooh ooh". Una ragazzina tutta sudata si solleva al di là della sbarra che mi protegge e cerca di guardare fuori una, due, tre volte.
Finalmente arriva la loro fermata. I pastori tornano a vociare i loro ordini e la mandria si rimette in moto. Invadono il marciapiede, lo spazio lasciato libero all'interno del pullman sembra immenso. Noi lavoratori ci guardiamo con gli occhi ancora sgranati, consci di aver assistito a qualcosa di simile alla piaga delle cavallette e di esserne usciti vivi.
Le porte si chiudono e, finalmente, silenzio.

pensato da: seventivity alle ore 12:40 | link | commenti (7)
domenica, 15 luglio 2007
Mi son trovato oggi, fermo ad u